Una piccola provocazione sul diritto al cibo, la filiera corta e il possibile ruolo delle città nelle politiche alimentari.
Nel 2026 l’Italia ha destinato 126 milioni di euro all’acquisto di prodotti alimentari attraverso il Fondo sociale europeo Plus (FSE+).
Si tratta di risorse importanti, che contribuiscono al funzionamento di un sistema di aiuti alimentari fondato sulla collaborazione tra istituzioni e organizzazioni del Terzo settore.
Un sistema che svolge una funzione essenziale, soprattutto per le persone che vivono situazioni di grave difficoltà economica.
Ma potrebbe essere interessante immaginare, almeno come esercizio, una modalità diversa di utilizzare queste risorse.
E se una parte del sostegno alimentare passasse attraverso una rete di supermercati pubblici?
Non necessariamente grandi strutture commerciali, ma piccoli supermercati di quartiere, aperti a tutti, in cui i Comuni potrebbero mettere a disposizione immobili e utenze e le associazioni del Terzo settore contribuire alla gestione attraverso i propri volontari.
Gli alimenti potrebbero essere acquistati privilegiando filiere corte, agricoltori e cooperative del territorio.
I cittadini avrebbero accesso a prodotti a prezzi contenuti, mentre le famiglie in condizioni di particolare fragilità economica potrebbero disporre di un credito alimentare gratuito.
Ad esempio, 150 euro al mese per famiglia, utilizzabili per scegliere liberamente gli alimenti di cui si ha bisogno.
Una simulazione: 300 supermercati pubblici?
Prendendo come riferimento lo stanziamento di 126 milioni di euro per il 2026, si potrebbe ipotizzare, con molte semplificazioni, uno scenario di questo tipo:
- Circa 300 supermercati pubblici distribuiti nelle città italiane.
- 7.500 volontari coinvolti nell’organizzazione e nella gestione.
- 60.000 famiglie beneficiarie di un credito alimentare gratuito da 150 euro al mese.
- Circa 150.000 persone potenzialmente raggiunte dal credito.
- 180 milioni di euro annui di vendite ai cittadini paganti.
- Circa 165 milioni di euro di acquisti agroalimentari da filiera corta, nell’ipotesi che questa rappresenti il 60% degli approvvigionamenti.
Il volume complessivo delle vendite, comprendendo anche gli acquisti effettuati attraverso il credito pubblico, potrebbe avvicinarsi ai 290 milioni di euro annui.
Naturalmente si tratta di numeri indicativi. La simulazione ipotizza una gestione prevalentemente volontaria, spazi e utenze forniti gratuitamente dalle amministrazioni e un sistema di approvvigionamento sufficientemente efficiente.
Rimarrebbe comunque un fabbisogno di gestione stimato intorno ai 7 milioni di euro annui, da finanziare attraverso strumenti appropriati.
L’effettiva sostenibilità economica e giuridica di un modello simile sarebbe tutta da verificare.
Tuttavia, l’ipotesi suggerisce una possibilità interessante: utilizzare una parte della spesa sociale anche per sviluppare infrastrutture alimentari pubbliche accessibili alla cittadinanza.
Non necessariamente un’alternativa alle associazioni caritative
Una rete di supermercati pubblici non dovrebbe essere immaginata necessariamente come sostitutiva dell’attuale sistema di solidarietà alimentare.
Le associazioni potrebbero continuare a svolgere il proprio lavoro attraverso il recupero delle eccedenze, le donazioni, le mense, la distribuzione di prodotti alimentari e gli altri canali di assistenza.
E la Carta “Dedicata a Te”?
Un ragionamento simile potrebbe affiancarsi anche alla Carta “Dedicata a Te”, senza necessariamente sostituirla.
Nel 2026 la misura prevede un contributo di 500 euro annui per famiglia, con criteri di accesso che escludono anche alcuni nuclei già beneficiari di altre forme di sostegno pubblico.
Forse ci sarebbe spazio per discutere di un suo rafforzamento, sia in termini di risorse disponibili sia di accessibilità.
Potrebbe essere interessante, ad esempio, ragionare su criteri meno escludenti e su una maggiore possibilità di integrare gli strumenti di sostegno alimentare con le altre prestazioni sociali, tenendo conto delle condizioni effettive delle famiglie.
Il credito utilizzabile nei supermercati pubblici potrebbe inserirsi in questo quadro più ampio, come uno dei diversi strumenti disponibili.
Il tema della libertà di scelta
Secondo il Ministero del Lavoro, nel 2025 il sistema italiano degli aiuti alimentari ha raggiunto oltre 2,3 milioni di persone.
È un dato significativo e mostra quanto sia importante la rete esistente.
La simulazione dei supermercati pubblici raggiungerebbe con il credito gratuito una platea molto più piccola. I due numeri, peraltro, non sono direttamente confrontabili, perché il sistema attuale utilizza diverse fonti di finanziamento, donazioni ed eccedenze recuperate.
Il possibile interesse del nuovo modello potrebbe però trovarsi anche altrove.
Per esempio, nella possibilità per una famiglia di scegliere i prodotti da acquistare, tenendo conto delle proprie abitudini alimentari, delle necessità dei figli o di eventuali esigenze di salute.
Oppure nella possibilità di acquistare più direttamente dai produttori, creando occasioni di collaborazione tra amministrazioni, agricoltori e associazioni locali.
Anche l’apertura dei supermercati a tutti i cittadini potrebbe avere un significato: uno spazio di acquisto condiviso, nel quale il sostegno alimentare non comporti necessariamente l’accesso a un circuito separato.
Un’ipotesi da esplorare?
Naturalmente rimarrebbero molti interrogativi.
I prezzi della filiera corta sarebbero effettivamente competitivi? La gestione volontaria sarebbe sufficientemente stabile? Quale potrebbe essere il ruolo delle amministrazioni? E come organizzare il sistema nel rispetto delle regole europee, della concorrenza e del volontariato?
Non sono questioni secondarie.
Forse, però, proprio per questo potrebbe essere interessante sperimentare il modello su scala ridotta, ad esempio attraverso alcuni supermercati pilota, per misurarne costi, benefici e limiti.
Più che una soluzione già pronta, l’idea potrebbe essere un’occasione per allargare la discussione.
Le politiche contro la povertà alimentare sono state spesso pensate soprattutto in termini di distribuzione di aiuti.
Ci si potrebbe chiedere se una parte di queste politiche possa contribuire anche a rendere il sistema alimentare più accessibile, a sostenere i produttori e a restituire alle persone una maggiore libertà di scelta.
E se smettessimo di considerare il cibo soltanto un bene da distribuire ai poveri e cominciassimo a considerarlo un diritto da garantire attraverso una vera politica pubblica di welfare?
Forse vale almeno la pena di parlarne.
Questa proposta è un esercizio di simulazione, non un piano di fattibilità o un intervento già finanziato. Le cifre relative ai supermercati, alle vendite e ai costi sono stime illustrative e richiederebbero verifiche economiche, amministrative e giuridiche.
Fonti: Ministero del Lavoro – Paniere alimentare 2026; Ministero del Lavoro – Il modello italiano degli aiuti alimentari; INPS – Carta Dedicata a Te 2026–2027.
Immagine esplicativa:

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