Fenomenologia della soia

Se qualcuno mi chiedesse quale alimento rappresenti meglio la società contemporanea, risponderei senza esitazione: la soia. Questo legume, spesso celebrato per i suoi benefici nutrizionali e la versatilità nelle diete vegetali, incarna in realtà molte delle contraddizioni del nostro sistema alimentare globale.

Secondo i dati di Our World in Data, il 76% della produzione mondiale di soia è destinato all’alimentazione animale—principalmente per maiali, polli, bovini e anche pesci d’allevamento—mentre solo il 4% viene consumato direttamente dagli esseri umani. Il restante 20% è utilizzato per la produzione di olio di soia. La coltivazione di soia è concentrata principalmente in Brasile, Stati Uniti e Argentina, da dove viene esportata massicciamente verso la Cina e l’Europa. Questa lunga catena logistica è incentivata da regole commerciali globali che privilegiano l’export rispetto ai bisogni locali.

Le piantagioni di soia si estendono su campi sterminati dove nulla altro sopravvive. In Brasile, nel 2020, la produzione di soia su terreni recentemente deforestati ha emesso 103 milioni di tonnellate di CO₂, rappresentando l’11% delle emissioni annuali del paese derivanti dal cambiamento dell’uso del suolo. Le monocolture intensive riducono drasticamente la biodiversità e impoveriscono il suolo, con gravi conseguenze anche per le comunità locali. In Argentina, ad esempio, l’espansione della soia è stata associata a una diminuzione del 60% nella produzione di miele, minacciando l’apicoltura nazionale.

Il legame tra la soia e il consumo di carne è evidente: gran parte della soia coltivata serve a nutrire animali destinati all’alimentazione umana. Ridurre il consumo di carne a favore di una dieta plant-based sarebbe più sostenibile. Il rapporto EAT-Lancet raccomanda una significativa riduzione degli alimenti di origine animale e un aumento del consumo di cibi vegetali per migliorare la salute umana e ridurre l’impatto ambientale.

Tuttavia, sostituire la carne con prodotti a base di soia non è una soluzione priva di problemi. Sebbene la soia sia meno impattante rispetto alla carne, la sua coltivazione intensiva in monocoltura per il consumo diretto comporta comunque significativi danni ambientali. Inoltre, alcuni studi suggeriscono che un consumo quotidiano di soia può influenzare i livelli ormonali alterando il ciclo mestruale e i livelli di estrogeni. La soia, infatti, contiene fitoestrogeni, in particolare la genisteina, che può interferire con il sistema endocrino umano, con effetti variabili tra maschi e femmine.

Forse la vera soluzione non risiede nel sostituire la carne con la soia, ma nel promuovere politiche che supportino l’agroecologia, il benessere animale e diete diversificate che rispettino le colture e culture locali, preservino la biodiversità e le risorse naturali. Le aziende dovrebbero avere dimensioni minori e privilegiare la produzione di cibo nutriente e diversificato, adottando pratiche agricole rispettose dell’ambiente rispetto ai profitti a breve termine. Come consumatori, possiamo contribuire scegliendo prodotti locali, frequentando i mercati contadini o partecipando ad altre forme di filiera corta come GAS, Alveari o andando direttamente in azienda agricola.

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