La scrittrice Rebecca Solnit, famosa per aver sviluppato il concetto di “mansplaining”, nel suo libro del 2017 “The Mother of All Questions” (La madre di tutte le domande) vuole affermare una scomoda verità: per una donna, la maternità è la madre di tutte le domande. Ma cosa significa?
Una donna è costretta, prima o poi, a chiedersi se vuole avere dei figli. Questo accade, non tanto per la capacità biologica di far nascere un’altra persona, quanto piuttosto per la società, che si aspetta una risposta alla domanda. Tanto è vero che spesso è difficile capire se si tratti di un desiderio reale o di un condizionamento sociale.
La maternità può diventare un’ossessione, non solo per chi desidera un figlio, ma anche per chi non lo vuole. Qualora diventare madre non rientri tra i progetti futuri, una donna è spinta a chiedersi se non ci sia qualcosa di sbagliato in lei.
Ma cosa vuol dire diventare madre nell’Italia di oggi? E cosa deve affrontare, invece, una donna che non vuole un figlio?
Secondo i dati dell’ISTAT, il 2019 è stato un anno record negativo per la natalità in Italia. I bambini e le bambine nati sono quasi 20 mila in meno rispetto all’anno precedente. Questi dati non stupiscono, dal momento che seguono il trend di calo delle nascite che tutti noi conosciamo. Nel 2020, in piena pandemia, la situazione si è aggravata, con quasi 16 mila nati in meno rispetto al 2019. L’ISTAT stima un’ulteriore contrazione, dovuta alla precarietà lavorativa e al clima di paura ed incertezza in cui abbiamo vissuto fin ora.
Molte coppie desiderano avere un figlio, ma la condizione economica ed il supporto sociale gli impediscono di realizzare il loro progetto di vita. Le politiche di sostegno alle famiglie sono fondamentali per aiutare i genitori a trovare il giusto equilibrio tra la vita familiare e lavorativa, soprattutto per le donne.
In un rapporto UNICEF del 2019 chiamato “I paesi più ricchi del mondo sostengono le famiglie? Politiche dell’OCSE e dell’UE”, viene stilata una classifica degli Stati con le migliori misure di sostegno famigliare. Svezia, Norvegia e Islanda in testa, confermando ancora una volta la supremazia scandinava nelle politiche di welfare. L’Italia ricopre una posizione medio-bassa. In particolare, viene evidenziata la debolezza del congedo parentale. Per le donne è di 5 mesi, con indennità garantita pari all’80 per cento della retribuzione, mentre il congedo di paternità arriva solamente a 10 giorni.
Lo sbilanciamento del congedo mostra chiaramente come le aspettative di cura pesino sulle donne. Spesso sono loro a sacrificare la vita lavorativa per la famiglia, rinunciando alla carriera e facendo lavori precari, part-time e a basso reddito.
Anche per quanto riguarda i servizi socio-educativi, come gli asili nido, la situazione è drammatica. Le strutture esistenti coprono solamente il 25,5% dei bambini residenti in Italia sotto i 3 anni. Per non parlare del fatto che la maggior parte di questi servizi sono privati, quindi inaccessibili ad una parte di popolazione.
Al di là delle istituzioni, anche la cultura familiare non aiuta. Il lavoro di cura dei bambini e della casa viene ancora considerato un “lavoro da donne”. Spesso, il sostegno dal partner maschile è poco o addirittura nullo.
Con la pandemia le disuguaglianze di genere si sono inasprite ulteriormente. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite, chiamato “The Impact of COVID-19 on Women”, sono le donne che hanno subito maggiormente la crisi economica, trovandosi già in una situazione di precarietà lavorativa ed a basso reddito. Inoltre, il lavoro di cura è aumentato, a causa delle scuole chiuse, maggiori esigenze di assistenza per gli anziani, e servizi sanitari al collasso.
A tutto questo, come sta rispondendo l’Italia? Nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, il programma di rilancio economico finanziato dal NextGeneration UE, l’occupazione femminile è considerata una priorità. Per favorirla, però, sono state messe in atto solo alcune politiche di sostegno familiare. Tra queste, troviamo il “piano asili nido”, per avvicinare la percentuale di copertura alla media europea del 33%, il potenziamento dei servizi educativi dell’infanzia e l’estensione del tempo pieno a scuola. Queste misure hanno l’obiettivo di favorire le nascite ed alleggerire il peso delle responsabilità di cura che grava sulle donne.
Tuttavia, non si parla di ridistribuzione dei compiti domestici all’interno delle famiglie. Pur riconoscendo la difficoltà nel conciliare la vita familiare e lavorativa, il governo sembra accettare l’idea che la cura è una questione prettamente femminile. Non c’è alcuna traccia, ad esempio, di un potenziamento del congedo di paternità.
Se da una parte le politiche di sostegno familiare servono a tutelare le donne lavoratrici, dandogli la libertà di proseguire con la loro carriera; dall’altra, molte di queste misure hanno un diverso principio ispiratore: l’imperativo sociale di crescere dei figli. Non ci stupisce come Papa Bergoglio abbia commentato con gioia l’assegno familiare promosso dal governo Draghi qualche mese fa.
Secondo la religione cattolica, la procreazione è l’essenza della vita. Sembra per questo che la nostra cultura non riesca ad accettare una donna senza figli. Ma l’istinto materno è davvero così naturale, come vorrebbero farci credere il cattolicesimo e gli attuali partiti di destra italiani? I dati scientifici, come quelli dell’antropologa Sarah B. Hrdy, dicono che, l’istinto materno, inteso come propensione della donna all’accudimento di un figlio, è una vera e propria mistificazione. La maternità è un costrutto sociale ed ogni cultura la interpreta in maniera differente.
Tuttavia, se l’istinto materno è un fatto culturale, non possiamo dire lo stesso della capacità femminile di generare un’altra persona. Nel corso dei secoli, questo potere è sempre stato controllato dalla società, attraverso principi religiosi o leggi statali. Le regole sull’aborto, sulle pratiche anticoncezionali, sull’esclusione dall’istruzione e dal mondo del lavoro, sono gli strumenti che il patriarcato ha utilizzato per esercitare sul corpo della donna quello che Michel Foucault chiamava “bio-potere”. La convinzione che avere dei figli rappresenta la realizzazione della nostra esistenza ed il sentirci “guaste” qualora non volessimo o non potessimo averli, esercitano sul nostro corpo lo stesso potere delle leggi antiabortiste. In Italia, ancora esiste una discriminazione nei confronti delle donne senza figli, le quali vengono compatite, oppure considerate strane, “innaturali” ed egoiste.
Per capire il ruolo del potere sul corpo femminile, ricordiamo il celebre romanzo di Margaret Atwood “Il racconto dell’ancella”. In un futuro distopico, il regime totalitario della “Repubblica di Gilead” impone l’obbligo di procreare alla popolazione. In questo libro, il controllo delle donne è spinto all’estremo: sono sottomesse all’uomo, obbligate a fare figli, e, qualora infertili o anziane, uccise. Sebbene si tratti di una storia frutto di immaginazione, riesce a far riflettere sul ruolo storico della donna, sul potere e sulla libertà.
Al polo opposto, troviamo il movimento Childfree, che, sebbene sembri fantascienza, è reale. Nato negli Stati Uniti, si sta diffondendo in Italia negli ultimi anni. Raggruppa uomini e donne che rivendicano la libertà consapevole e serena di non volere figli per le ragioni più disparate. Le più citate ultimamente sembrano essere quelle ambientali, legate alla sovrappopolazione.
Per concludere, sembra che, per una donna, fare figli non sia solamente un fatto biologico o una scelta individuale. Si tratta di un fatto sociale. La società esercita delle pressioni sulle nostre menti e sui nostri corpi, sia quando scegliamo di volere un figlio, sia quando non lo desideriamo.
In attesa di un cambiamento politico e culturale, auspichiamo che ogni donna possa realizzare con gioia il suo desiderio di essere, non essere o non sapere se essere madre.
Se la maternità è la madre di tutte le domande, la libertà sembra essere la madre di tutte le risposte.
Francesca Benedetta Felici, 28/06/2021

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