Il Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz e l’incontro culturale

Insieme a Matilde Bernabò ed Elena Khoury, abbiamo raccontato attraverso un video la storia dell’occupazione di Metropoliz e del suo Museo nato nel 2012.

Lo stabile, un salumificio della Fiorucci abbandonato, viene comprato nel 2003 dalla Salini Impregilo (multinazionale delle costruzioni). I Blocchi Precari Metropolitani lo occupano nel 2009, permettendo l’ingresso a 200 persone, circa 60 famiglie, di diversa nazionalità ma comune esigenza: una casa in cui vivere. Così nasce Metropoliz_città meticcia. Un luogo di incontro e condivisione, in cui gli abitanti sono riusciti a determinare il proprio spazio. Incuriositi, nel 2012 arrivano Giorgio De Finis (antropologo) e Fabrizio Boni (film maker) che propongono agli abitanti di realizzare un film documentario, in cui si parla di un viaggio immaginario sulla Luna (il documentario “Space Metropoliz” è reperibile online: alla fine del post trovate il link del primo episodio). Il lavoro ha carattere etnografico e cinematografico, e la simbologia di un viaggio immaginario sulla Luna, esprime il desiderio di evadere in un luogo diverso, incontaminato, accogliente. La Luna è vista come emarginazione estrema, luogo “non colonizzato” in cui ci si possa veramente sentire liberi. Un mondo ideale, a cui Metropoliz vuole aspirare, in cui esistono diritti per tutti. La Luna è anche simbolo del sogno, attività che è a volte un lusso, perchè schiacciata dal bisogno della sopravvivenza. Dare la Luna agli abitanti di Metropoliz, significa metaforicamente restituire loro il diritto di sognare.

Da questa collaborazione, nasce l’idea di realizzare un vero e proprio museo. Vengono chiamati street artists ed artisti famosi in tutto il mondo per realizzare circa 400 opere a titolo gratuito: danno vita al MAAM Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz_città meticcia. La sua unicità sta nel fatto che gli artisti si sono ispirati agli abitanti per realizzare le opere. Come leggiamo nelle parole di Veronica Montanino, che ha realizzato la ludoteca: “il primo incontro è stato coi bambini, prima del muro ho dipinto loro perché la mia opera è dedicata a loro, la parte più ricettiva del Maam. Allora ho intuito che questo è un esperimento di contaminazione non solo artistica ma anche antropologica e politica”.

L’occupazione di uno stabile di proprietà dei un colosso delle costruzioni immobiliari è anche un messaggio di protesta contro le speculazioni e i potenti, contro un sistema mondiale economico neo-liberale. Un riscatto, in un mondo globalizzato in cui si fanno spazio multinazionali e società finanziarie.

Metropoliz è considerato un  esperimento antropologico, sociale e architettonico da molti studiosi. Il University College of London, la Facoltà di Architettura di Roma Tre e la Facoltà di Antropologia de La Sapienza sono alcune delle realtà universitarie che si sono avvicinate al fenomeno. In particolare sono l’incontro culturale e la riqualificazione dello stabile, al centro delle ricerche. MAAM propone una soluzione all’abbandono degli edifici, alla situazione multiculturale, al diritto alla casa.

Inoltre, lo scopo del museo è protegge l’occupazione da eventuali sgomberi, come dice una volontaria “si erige a barricata”. Ribalta il pregiudizio per il quale le occupazioni sono solo  luoghi di degrado e illegalità: qui occupazione significa riqualificazione e centro di aggregazione. Nello stabile sono organizzati eventi culturali e sociali, e mette gli abitanti direttamente a contatto con l’arte e la bellezza. Rende un edificio di periferia, un nuovo centro e punto di riferimento. E la meraviglia è che non solo l’edificio ma anche gli abitanti diventano centrali e non “ultimi”. Tutto questo dimostra come l’arte, il cui intento è dare l’opportunità di vedere il mondo sotto una nuova prospettiva, deve essere di e per tutti, non solo di pochi intellettuali.

“La prima forma d’arte è vivere qui dentro” dice Irene dei Blocchi Precari Metropolitani. Questa frase dice tutto. Il dialogo tra diritti ed arte, è centrale nel progetto del museo. Ci dice che la vita di chiunque è importante e preziosa come un’opera d’arte, indipendentemente dalle proprie condizioni economiche e sociali. La vita che c’è dentro Metropoliz è la prima cosa a cui bisogna dare importanza e valore, proprio come ad un’opera d’arte. In un mondo ideale, non vorremmo che sia l’arte il motivo di assenza di uno sgombero, ma sia la presenza di persone che hanno bisogno. Il diritto alla casa e alla felicità sono da tutelare, prima di ogni cosa.

Metropoliz ribalta le categorie sociali, anzi le elimina. Valorizza la differenza culturale, ma non per enfatizzarla in uno scontro, ma per mettere tutte le culture sullo stesso piano. Si esprime in aperta contraddizione con pregiudizi e gerarchizzazioni dovute all’ignoranza sulle altre culture e al nostro (fortunatamente curabile) etnocentrismo. Non pensiamo forse, generalizzando, che i rom sono tutti uguali? Non pensiamo che, la nostra cultura sia più “evoluta” rispetto ad altre? Beh, ci sbagliamo. Ma possiamo cambiare il nostro pensiero. L’Altro non è un gruppo omogeneo. L’Altro ha diverse nazionalità (che sono anch’esse politicamente e socialmente costruite), all’interno di queste ci sono differenze culturali a seconda dei gruppo sociali (anch’essi socialmente costruiti), e ancora più a fondo, ogni persona è diversa per la propria singolare educazione e visione delle cose. Ognuno è singolare, unico.

Pensiamo a come è facile per noi, etichettare l’Altro basandoci su stereotipi e immaginari, raccontati da altri. A come lasciamo spazio al razzismo e a questi pregiudizi, senza avere la curiosità di capire chi abbiamo davanti, a cosa si sente realmente appartenente, cosa gli piace, in cosa crede, com’è. La conoscenza abbatte i pregiudizi, ma dico di più: è la curiosità che motiva la conoscenza. La curiosità non si accontenta di leggende narrate da qualcuno prima di lui, ma vuole toccarle con mano e a volte sfatarle, rendersi conto che erano false. L’Altro è diverso da noi, sì, ma nella misura in cui ogni essere umano ed essere vivente è diverso da un altro. Pari dignità per ogni cultura, perchè tutte socialmente costruite, dinamiche e pariordinate. Solo quando si capisce questo, c’è una vera connessione e si realizza un’uguaglianza. Uguaglianza nella diversità. Le persone si sentono appartenenti ad una cultura diversa, ad una famiglia diversa, ad un’ideologia diversa. Abbiamo diverse esperienze e diversi gusti. Ma siamo uguali proprio per questo. Perché l’irriducibile umanità che è in noi appartiene a tutti. Certo, non è facile metterlo in pratica in una società in cui “sì, saremo pure tutti essere umani, ma ciò che è mio è mio, e tu non hai diritto ad usarlo. Non hai diritto a vivere sulla “mia” terra, vivere nella “mia” casa, mangiare il “mio” cibo, anche se in questo momento ne hai più bisogno di me.” Una società in cui la condivisione non è facile, perchè abbiamo paura di rimanere senza niente. Di ritrovarci anche noi nella condizione di chi deve chiedere e non ricevere. Ma sì può cambiare… semplicemente essendo curiosi dell’Altro e condividere quando si ha un surplus di qualcosa.

Insomma, ero partita da una storia, da alcune storie, che fanno interrogare sull’Altro e sull’Altrove…

Non fermiamoci agli stereotipi, ma andiamo oltre con la curiosità e scopriremo un’infinità di colori e sfumature che caratterizzano la realtà, una diversità meravigliosa, che non smette di dirci “siamo tutti uguali”.

 

LINK:

Il nostro video: MAAM Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz_città meticcia

Film documentario “Space Metropoliz” prima puntata: Space Metropoliz – Ep. 1/11

 

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